I “FUCANOLI”
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Campagna Centro Storico 17 gennaio
Nel
corso dei secoli Campagna è diventata una città ricca
di storia e di tradizioni, che ne hanno fatto uno dei centri storici
minori "più interessanti" del Mezzogiorno d’Italia.
Fino agli anni pre-sisma ottanta, fatte le dovute eccezioni, non era
molto accentuato l’attaccamento al suo "prezioso"
passato. Col terremoto, invece, si è avuta una netta inversione
di tendenza ed è venuta fuori, con forza, una spasmodica voglia
di cultura.
Nella città “d’arte ed invisibile”, tra credenze
popolari, mistificazioni e magie, proprie del realismo magico, infatti
è diventato d’uso custodire e tramandare genuine usanze
e tradizioni, per mantenere viva la memoria storica di un prezioso
patrimonio culturale.
Si è fatta, cioè, strada la necessità, oltre
che il gusto, di riscoprire e rinverdire la storia etno-antropologica
di una a città, che ancora porta, nonostante i colpi ricevuti,
i ritardi registrati e gli errori commessi, i segni di una civiltà
antica, che non bisogna affatto cancellare.
E proprio all’impegno primario di ricostruzione del territorio
e di difesa del suo ricco
patrimonio
storico e culturale, si può e si deve ascrivere anche il ripristino
annuale dei tradizionali “Fucanoli”.
Ogni
paese ha i suoi miti, radicati ed inattaccabili, le cui origini sono
molto lontane nel tempo e a Campagna, “città magica ed
oscura”, “città del fuoco e dell’acqua”,
l’uno per esorcizzare e l’altra per purificare, due sono
i momenti di maggiore attrazione ed aggregazione sociale: l’uno
si concretizza nel cuore dell’estate, con la frescura della
“chiena”, e l’altro nel cuore dell’inverno,
il 17 gennaio, con il calore dei “fucanoli" di Sant’Antonio
Abate.
Il fuoco del santo assume lo stesso valore del segno della memoria
e del viaggio, riconosciuto all’acqua del fiume Tenza, che,
in estate, a cavallo tra luglio ed agosto, allagando il paese antico,
dalla “fontana della piazza” a tutto il corso principale,
diventa “chiena”.Due elementi spesso ricorrenti nella
storia millenaria della città.
Due momenti magici, dunque, ma da spettacolarizzare, con tanto di
programma, per farli così diventare qualcosa di diverso o meglio
un richiamo turistico unico, d’eccezione per la crescita e lo
sviluppo dell’intero territorio.
Tra
la cronaca e le testimonianze, va ricordato che in passato, pure non
tanto lontano, venivano praticati “riti propiziatori e paganeggianti,
frammisti a riti religiosi, per esorcizzare l’assalto del maligno”,
non a caso nella città di Sant’Antonino Abate, il debellatore
degli ossessi.
Campagna con l’accensione dei “fuochi” vuole, forse involontariamente, ricordare pure la tragica morte, voluta dal Tribunale della cosiddetta Santa Inquisizione e consumata a Roma, in Campo dei Fiori, il 17 Febbraio 1600, del filosofo e monaco nolano Giordano Bruno, che “perfezionò” nel 1573 le sue teorie, fu ordinato sacerdote e cantò la sua prima messa proprio in uno dei suoi numerosi conventi, quello dei Padri Domenicani di San Bartolomeo, annesso all’antichissima Chiesa del SS Nome di Dio, il miracolosissimo Cristo vestito e velato, secondo, in Italia, solo al Volto Santo di Lucca.
Ed
inizia così con un evento di grande attrazione ed aggregazione
sociale, la prima festività dell’anno, che termina col
“carnevale” e la “cantata di Zeza” nella tarda
serata di “martedì grasso”.
Sabato 17 Gennaio 2004 si è rinnovata la tradizione popolare
dei “fucanoli”, rituale di vera unione ed immaginazione
collettiva, in un clima quasi surreale, strettamente collegato con
la festa religiosa di Sant’Antonio Abate.
La città tutta ha rivissuto alla grande il suo attesissimo
appuntamento, che appartiene “ad un antico rituale pagano-religioso
legato ai falò, che, nelle campagne meridionali, illuminano
la notte del santo”.
Quella del 17 Gennaio è una festa legata al culto di Sant’Antonio
Abate, più noto nel napoletano come Sant’Antuono, uno
dei santi taumaturghi più popolari del salernitano.
La sacra ed antica effigie del monaco anacoreta è raffigurata
da “un uomo maturo con la barba scura e lunga, vestito di saio,
che tiene un bastone con il manico a forma di T, detta Croce di Sant’Antonio
o Croce Egiziana, simbolo dell’ospedalità dei pellegrini
e dei malati”.
L’immagine
del “porco affiancata al Santo” serve a ricordare che
l’ordine ospedaliero degli “antoniani”, presente
a Campagna fin dalla seconda metà del XIII sec., “utilizzava
il grasso di questo animale per medicare e curare il fuoco di Sant’Antonio
o Herpes Zoster, l’epidemia che, verso la fine del X Secolo,
colpì a Vienne in Francia i fedeli durante la cerimonia per
la traslazione delle Reliquie del Santo nato ad Eracleopoli in Egitto
nel 251 e morto in un eremo del Monte Kolzim nel 356”.
Il “fuoco sul libro” rappresenta il “fuoco della
fede” ed il “campanello attaccato al bastone” simboleggia
la “questua periodica effettuata dagli antoniani”.
Carta stampata, televisioni ed artistici manifesti annualmente preannunciano
rito religioso e festa popolare, preparati, comunque, fin nei più
piccoli dettagli, da assessorato al ramo, pro-loco ed associazioni.
Nelle varie piazze e nei vari quartieri del centro storico, sull’acciottolato
lavico, tra palazzi, chiese e conventi di rara bellezza, tra portali
e fontane, decorati con mascheroni, stemmi, capitelli ed elementi
floreali, si fa a gara, è il caso di dire, per allestire il
“falò” più grande e più bello o caratteristico
e, dopo il passaggio, davanti ad ognuno di essi, del santo frate anacoreta
in processione, oltre che dopo i suggestivi e spettacolari fuochi
pirotecnici di Largo Sant’Antonio, si dà il via alla
festa popolare vera e propria.
E
tra sacro e profano, spuntano, dopo il rito religioso, le tanto attese
festa e sagra. Si imbandiscono tavolate, ove troneggeranno prelibati
gliummarielli, la tipica matassa e fasul’e, a pulenta nelle
sue varie specialità, squisite salsicce paesane, accompagnate
da vruoccoli scuppettiati, patate fritte, con peperoni alla giara
e succulenti braciole.
Il tutto ovviamente, e non potrebbe essere diversamente, è
accompagnato da un ottimo vino locale.
Una volta che il culto abbandona il campo e cede il posto alla tradizione,
intorno alle pire, fino a tarda notte, si appressano cittadini e turisti
provenienti da ogni dove, “armati” di macchine fotografiche
e cineprese, per partecipare, tra balli, suoni e canti, alle “tavuliate”
spontanee, ricche di ogni “ben di Dio” nostrano e cioè
di piatti tipici e di antichi sapori.
Locandine ben fatte, preparate dalla Pro-Loco illustrano l’itinerario
gastronomico ed
accompagnano
i visitatori interni ed esterni lungo l’articolato percorso,
che va da Zappino, a Via Atri, San Bartolomeo, Duomo, Piazza Guerriero,
Annunziata, Via Mercato-Pro Loco, Largo Sanniti, Chiostro Seminario-Confraternita
“Madonna del Soccorso”, Largo De Nigris, Largo Sant’Antonio,
Via Roma, Corso Umberto I. Gruppi folk, spettacoli itineranti, artisti
“di strada” e tant’altro arricchiscono la tanto
attesa, un anno alla volta per l’esattezza, serata.
Era previsto il pienone e pienone è stato, nonostante le
instabili previsioni atmosferiche. Ha, poi, ben funzionato, soprattutto,
dopo la positiva esperienza della scorsa estate, una “navetta”,
che ha fatto da spola tra il Quadrivio e l’ingresso dell’antico
centro. Però, c’è stata una novità.
La kermesse è stata prolungata fino a domenica diciotto, diventando
così una “due giorni”. Piazza Guerriero, già
luogo di incontro per tutte le grandi occasioni pubbliche, è
stata prescelta per la singolare iniziativa cittadina. Un solo falò
è stato l’elemento simbolicamente unificante per l’immaginario
collettivo.
Lo spettacolo di un gruppo di “Arcieri” ed il “palo
della cuccagna”, ripristinato nello stesso sito dopo oltre un
quarto di secolo, sono stati centro e fulcro della chiusura di una
festa certamente attesa ed amata da tutti.
testo di Mario Onesti