Campagna, magica e oscura
L’Uroboro,
il serpente che si mangia la coda, nella tradizione alchemica è
simbolo dell’unione dei contrari, quando i due contrari, la
testa e la coda, si uniscono vien fuori un liquido detto acqua mistica
dagli alchimisti, che più modernamente una studiosa come Marie-Louise
von Franz definisce “fluido della vita, del senso della vita”.
A volte i simboli anche se fortemente connotati col tempo sembrano
banalizzarsi l solo sfiorarsi con la dura corteccia della realtà.
Ma l’Uroboro, per me, resta legato al teatro della memoria e
alle poche e centellinate messe in scena dell’infanzia. ad una
in particolare, cristallizzatasi insieme alla domanda che, bambino,
mi ponevo intorno all’accadere delle cose.
La domanda mi saliva all’orecchio della mente, alla fine della
rituale passeggiata, che all’imbrunire, partendo dalla piazza,
dopo aver attraversato il corso, giungeva alle prime case di Campagna,
al palo centoeuno. Là era possibile seguire con lo sguardo
i lampioni, da poco accesi, perdersi ritmicamente nelle “quinte”
della gola che divide Campagna, dalla vasta Piana del Sele.
Che
cosa vi stava al di là ?
Il vorticoso rigurgito del tempo ha in parte spento le molte curiosità
infantili, e come il serpente che morde la propria coda, mi sono ritrovato
a farmi domande al di qua della gola.
In questi anni ho osservato Campagna e a volte l’ho studiata
con la speranza di ricevere risposte appaganti a dei perchè
dimenticati, altre volte per ritrovarvi un ritmo comportamentale più
igienico e meno ricco di doloranti. Ma, forse, solamente per passeggiare
sull’antico acciottolato lavico col sentore dell’umido
sempre presente.
Perchè è l’umido, l’elemento principe e
incontrastato di questa città, attraversa le case come gli
uomini, conservando, come impalpabile additivo, odori di mosto, rosamarino,
conserva e mirto.
Campagna si offre così, nella sua cifra urea, all’imbrunire
mentre ci stringe nell’umore terroso e il sempre umido ci assale,
avvolgendoci, subito dopo le prime curve, impregnando con pazienza
le giunture dell’acciottolato e l’informale tessitura
dei muri , sedimentando con costanza i caratteri dei suoi figli in
tipologie iterate e annodandoli con forza all’antico alveo.
Così dei quattro umori: il sanguigno, il collerico, il flemmatico
e il melanconico, i campagnesi per storicizzata consuetudine escludono
i primi due, per attraversare i restanti in tutte le sfaccettature
degli infiniti rivoli. L’umido, coagula, impasta e fermenta
la matura “terra”autunnale della melanconia con “l’acqua”
invernale della flemma; dall’impasto fuoriescono le modellate
forme dei testardi, scontrosi, lunatici, melanconici, introversi e
infine solitari e taciturni campagnesi.
Così nel Cinquecento, dei Solitari e dei Taciturni amavano
chiamare, forse con ironia, le proprie Accademie i campagnesi, consapevoli
delle inseparabili nozze che legano l’umore delle persone ai
propri figli. In Alchimia le quattro qualità naturali: il caldo,
il freddo, il secco e l’umido sono dotate di dinamicità,
mentre le prime due funzionano da forze attive alle altre, a volte,
non sembrano che il negativo delle prime, formalizzandosi cosi nella
staticità.
La staticità dell’umido genera insofferenza e i silenzi
possono diventare cupi e luoghi orridi; così apparve Campagna,
cupa e orrida, agli occhi del Vescovo che vi giunse poco più
che cinquantenne nel 1657.
Juan Caramuel y Lobkowitz questo era il suo nome splendido ed eclettico
come i frontespizi dei suoi numerosi libri, monaco gentiluomo, matematico
e politico, dotto e avventuriero, gran campione del lassismo, giunse
a Campagna quasi in esilio destinatovi da Papa Alessandro VII.
Prima della sua nomina a Vescovo il monaco cistercense aveva peregrinato
lungo tutta l’Europa culturale del 600, dopo anni di studio
e di noviziato in Spagna e Portogallo nelle città di Salamanca,
Coimbra, Lisbona; passò nei Paesi Bassi e in Germania a Loviano,
Bruxelles, Anversa, Colonia, Spira, Magonza poi Praga e infine l’Italia:
Roma, Napoli, Campagna e Vigevano dove morirà nel 1682.
In queste città aveva conosciuto e corrisposto con Descartes,
Gassendi, Butkens, rubens, Marcus Marci, Athanasius Kircher, ecc.
prima di arrivare in questi “asperis montibus”.
Caramuel, che aveva pubblicato gran parte delle sue opere nei maggiori
centri dell’editoria europea, a Campagna trovò difficoltà
a reperire tipografi esperti e caratteri rari indispensabili alle
sue edizioni; decise così di costruire egli stesso una stamperia
- forse con maestranze fatte giungere dalla Germania – prima
a S. Angelo le Fratte e poi a Campagna, stampando con la sua Arca
Santa (così chiamava la tipografia) varie edizioni della Rhytmica,
La Logicam e la Mathesis biceps.
Quindici anni di permanenza non bastarono per addolcire il giudizio
di Caramuel sulla sua diocesi. Scrive, infatti, in una dedica a Don
Pietro Velasco del Supremo Consiglio d’Italia contenuta in un
grosso volume in folio stampato a Campagna nel 1668 dal titolo: Promus
Calamus tomo II Ob oculos exhibens Rhitimicam quae Hispanicus Italicas,
gallicas, germanicas etc.
“Obscura, horrida, inculta omnia sunt in his asperis montibus,
quos ab Alpibus, unde promanant, et a Poenis, qui illos penètrarunt,
fregerunt, occuparunt, Servius Apoeninos appellant Ninbi irruunt quotidiani
et Echo terret incolas hac repetens fulminosa tonitrua; et quoniam
in Coelum minitantia audent saxa, illud semper iratum et infensum
inveniut. Se stellae negant vallibus, quibus vix sol meridianus adlucent.
Et hic Ego, et tit annis! ihil esse in intellectu quod non fuerit
in sensu asserit Aristoteles, cuius verba olim Aeropagita et nupr
Ficinus ad oculos et aures contraxerunt, et quia Ego non tempe, non
hortos, non campos, sed saxa abruta et lapides nudos intueror, et
non harmonicum avium concentum sed ventorum et incurrentium fragorem
procellosum ausculto, mirum non erit si nil pulchri possim mente concipere,
nil pulchri possim mente concipere, nil culti scribere, nil boni edere
»
L’ascesa dell’erudito enciclopedico e del monaco palemisto
sembrano arrestarsi a Campagna. All’incirca un secolo prima
intorno al 1572, un altro monaco, questa volta un domenicano, aveva
dato inizio, nelle stesse contrade, alla sua parabola ben più
intensa e tragica: Giordano Bruno.
I documenti sulla presenza del domenicano a Campagna sono esigui,
ma una tradizione lungamente sedimentata - tale da essere annotata
dallo stesso Salvemini – lo vuole studente tra i campagnesi.
Giuseppe Marena, noto predicatore domenicano, in un suo panegirico
del 1793 così ne parla: “Qui egli giovinetto compose
e concepì gran parte delle sue opere, quivi celebrò
la prima messa e sperimentò le prime persecuzioni”.
Il convento che fu sede di questa esperienza è quello di S.Bartolomeo
e non si fa fatica, conoscendo i luoghi, ad immaginare Bruno scendere
lungo i gradoni della Parrocchia forse già alle prese con il
labirintico ermetismo dell’arte della memoria.
Certo Campagna si confaceva perfettamente ad affinare la “specialità”
de domenicani che era allora la memoria artificiale, e la magia cupa
dei luoghi ben si prestavano alla magia dell’argomento, perchè
“molto chiaramente nell’arte mnemonica di Bruno c’era
magia di tinta ben più oscura di quella in cui si era avventurato
Camillo”.
Queste speculazioni anni dopo si formalizzeranno nel primo libro di
Bruno sull’arte mnemonica, il De Umbris idearum che gli consentirono
prima di arrivare a Roma poi in tutte le corti europee.
Caramuel, Bruno, Guerriero e Capaccio, sono stati uomini attenti e
partecipi di una cultura di respiro europeo, i primi innestandola
dall’esterno, gli ultimi due imponendola dall’interno.
Per anni, a Roma, ho guardato la chiesa di Trinità dei Monti
pensando al campagnese più intraprendente che lì vi
è sepolto: a Melchiorre Guerriero.
Guerriero grazie alla posizione raggiunta nella curia romana in meno
di dieci anni aveva procurato a Campagna il titolo di città
nel 1518 e “inventato” una sede vescovile nel 1525, perfezionò
il suo lavoro o meglio il suo capolavoro sempre più, allargando
la diocesi e rendendo autonoma la sede vescovile; e chissà
ancora quali altri ritocchi avrebbe attuato se la morte non lo avesse
colto nel 1525.
Infine, l’altro campagnese europeo, Giulio Cesare Capaccio,
la figura che ho ritrovato con ritmo piacevole e costante nelle letture
sull’emblematica. A questo nugolo di potenzialità retorica
e pregnanza visuale che sono gli emblemi contenitori di metafore,
immagini, simboli e parabole, Capaccio diede un apporto fondamentale,
col suo trattato Delle Imprese.
Tutti questi uomini però sono stati sempre lontani all’ascoltare
quel segreto e costante motivo che accompagnava e forse ancora –in
minima parte- accompagna la nostra gente. Credenze, riti, magia: una
cultura al confine, mai rigorosamente e criticamente studiata, anche
perché spesso affidata alla tradizione orale, ma soltanto acriticamente
condannata.
Certo non tutto il clero respirava l’aria culturale europea,
anzi il nesso che legava clero e monaci alla magia non è stato
del tutto episodico nei secoli passati, come mostrano, tra l’altro,
gli strumenti di Ernesto De Martino sul sincretismo pagano - cattolico
e il ruolo svolto dal clero non ricettizio, abbandonato a se stesso
e alla sua squallida povertà.
Tutto questo ci ricorda un altro protagonista della storia campagnese
accuratamente studiato da Gabriele De Rosa, il vescovo Giovanni Anzani,
che nei suoi anni di denso apostolato ha lasciato una puntigliosa
descrizione di questi fenomeni sul sincretismo magico nelle sue relazioni
sulle visite ad limina.
Ma i fenomeni della magia e della possessione ci incalzano fino ai
nostri giorni o quasi.
La guarigione degli impossessati dal demonio attraverso la mediazione
di S.Antonino abate e della sua colonna taumaturgica – gli indemoniati
venivano legati alla colonna del Santo per essere guariti –
è documentata dal Seicento fino ai nostri anni Cinquanta.
Tutto sembra travasarsi con altri aspetti e segni diversi nella vicenda
del beato Alberto e della zia guaritrice, che interessò rotocalchi
e tribunali per la tragica conclusione della vicenda. Il fenomeno
suscitò tale interesse da essere studiato ed analizzato dall’antropologa
Annabella rossi e dal fotografo Ferdinando Scianna per la complessità
dei rimandi storici e sociologici alla “cultura subalterna”,
da Carlo Ginzburg a conclusione del suo “Folclore magia e religione”
nella Storia d’Italia di Einaudi.
Una Campagna complessa, stratificata da simboli e figure, misteriose
e contraddittorie, che sono state unificate da una sola logica distruttiva,
quella del terremoto.
Ho spulciato con affetto e stilografica maldestri tra le polverose
nugae della storia campagnese, per accompagnare, lungo la stretta
strada della benevolenza, queste immagini, dedicate a una città,
sprofondata nei monti e rivisitata con gli occhi lucidi del mito.
Luoghi scenografici, tavole allegoriche e figure care a saturno, pianeta
dei melanconici. E un temperamento saturnino, contemplativo e assorto
rivelano questi disegni in presenza di una realtà che si sbriciola
tra terremoto e ruspe.
Nella civiltà dell’immagine, usiamo così spesso
gli occhi da diventare ciechi, indossiamo immagini come pret-a-porter
per la facilità di cambiarle così da non riuscire più
a decifrarle o a interpretarne i simboli.
Oggi molti vogliono ricordare velocemente; io voglio dimenticare con
lentezza, questa Campagna raggelata, forse per il solo “gusto”
di vedermela lentamente svanire nel fluido della vita.
Gelsomino D’Ambrosio
di Gelsomino D'Ambrosio
Campagna, città dell'umido, fa da quinta teatrale all'incontro
con l'improbabile e quindi con quanto di più palpabile possa
ancora esistere, al termine di tre percorsi pregni degli umori che
affiorano dalle giunture delle sue pietre.
Tre come sintesi spirituale e formula perfetta di ciascuno dei mondi
creati, compreso quello della memoria, nascita, zenit e tramonto come
elencano manuali e dizionari dei simboli.
Si perché Campagna come molti luoghi, eventi e personaggi acquistano
accanto alla presenza reale e palpabile una forte consistenza simbolica
che vive si rigenera - e a volte svanisce - in un proprio universo,
con codici e linguaggi autonomi. Tre i percorsi, tre i personaggi:
Giulio Cesare Capaccio, Juan Caramuel y Lobkowitz e Giordano Bruno,
per incontrarli scelgo le ore dell'imbrunire nella luce che lentamente
incupisce gli uomini e le case di questo luogo cresciuto nelle amare
pieghe dei monti Picentini.
Giulio
Cesare Capaccio
Il primo incontro è con l'uomo colto, politico esperto, giurista
acconto e attento conoscitore degli uomini del potere. Autore di un
trattato sull'emblematica il cui frontespizio lungo e articolato così
recita: Delle Imprese trattato di Giulio Cesare Capaccio. In tre libri
diviso. Nel primo, del modo di fare impresa, da qualsivoglia oggetto,
o naturale, o artificioso con nuove maniere si ragiona. Nel secondo,
tutti ieroglifici, simboli, e cose mistiche in lettere sacre, o profane
si scuoprono; e come da quegli cavar si ponno l'imprese. Nel terzo,
nel figurar degli emblemi di molte cose naturali per l'imprese si
tratta. Stampato nel 1592 in Napoli, appresso Gio. Giacomo Carlino
& Antonio Pace.
Libro da me saccheggiato per il ricco corredo di illustrazioni; spero
che nell'incontrarlo non mi chieda spiegazioni e risarcimenti per
i diritti d'autore, forse il tempo ha cancellato con discrezione questo
debito, figlio del riciclaggio iconico.
Ma la curiosità maggiore è ascoltare le sue impressioni
e ricordi sul soggiorno ad Urbino presso Francesco Maria II della
Rovere (1616) come soprastante alla Biblioteca Ducale, incarico di
"facciata", perché il principe nelle fredde sere
marchigiane non lo lasciò tra i libri, ma lo destinò
a frutttuose missioni diplomatiche a Venezia e Firenze.
Per incontrarlo mi avvio da quel grande totem che è la Cattedrale
che divide, costeggia e incanala strade e fiume, uomini e case. L'edificio
come una grande madre silenziosa è presente anche nell'abbandono
del dopo terremoto, perché i suoi figli con il loro noioso
costante egoismo hanno pensato prima a se stessi e poi con fatica
alla grande chiesa costruita intorno al 1564 su un modesto edificio
preesistente e consacrata soltanto dopo 119 anni, esattamente nel
1683.
S. Maria della Pace è lambita dalle acque del fiume Tenza ed
è costruita su due livelli. La parte inferiore formata dal
soccorpo e dal Monte dei Morti con portali cinquecenteschi. La chiesa
superiore a tre navate, divisa da pilastri, con transetto a ampio
coro. Conserva ancora del periodo sei - settecentesco arredi marmorei
di grande ricchezza. L'impianto settecentesco è presente anche
nella facciata, in pietra locale, con tre portali di cui quello centrale
incorpora due leoni di provenienza romanica. Costeggio la Cattedrale
e continuo a salire verso il quartiere Zappino, guardo in alto sulla
destra e vedo ciò che resta del Monastero di S. Maria Maddalena
delle Benedettine che mi ha ospitato, come molti miei coetanei, nella
difficile impresa di apprendere i primi rudimenti dello scrivere e
del sapere.
Infine arrivo in Piazza Giulio Cesare Capaccio dopo aver superato
i pochi gradini che la separano da Via della Giudecca; mi si presenta
di fronte la facciata elementare e quasi rustica della chiesa del
SS. Salvatore, dove viene ancora conservata la colonna taumaturgica
di S. Antonino. Gli ossessi venivano legati alla colonna per essere
guariti dal Santo; La tradizione è documentata dal '600 fino
alla metà degli anni '50.
Mi volto sulla destra, al centro dell'ingresso di Palazzo Pironti
(Ducale) vedo nel leggero declivio che immette nell'androne e subito
dopo nel cortile interno, una smilza figura immobile quasi a nascondere
la fontana e i mascheroni che danno accesso alla scala.
La gorgiera candida che indossa Giulio Cesare Capaccio riflette le
ultime luci del giorno, l'illustre campagnese forse vuole chiedermi
se Urbino è cambiata, se i bruni mattoni lastricano le sue
vie, se la città si staglia ancora come una nave nella nebbia,
mentre qui tutto sembra volersi nascondere come un sommergibile nel
mare.
Indeciso gli sorrido e ci salutiamo.
Juan Caramuel y Lobkowitz
Se Giulio Cesare Capaccio è la nascita, Juan Caramuel y Lobkowitz
è lo zenit di questa triade.
Ho fretta e mi sento emozionato all'incontro con il grande vescovo,
il monaco gentiluomo, il dotto avventuriero, è come superare
una prova importante. Così m'incammino velocemente verso corso
Umberto I e lascio nella luce densa, umbratile largo Sant'Antonio
all'ingresso di Campagna, sfiorando fugacemente con lo sguardo le
case della Stradanuova, allineate come sorelle che si stringono ognuna
necessaria all'altra, un grande muro familiare. Incontro sulla mia
destra la chiesa di San Giovanni e proseguo verso l'attuale sede del
Comune prima convento con annessa chiesa della SS. Annunziata degli
Agostiniani. La fretta m'incalza dandomi solo il tempo di guardare
l'elegante cortile costruito su agili colonne di chiaro impianto tardo
cinquecentesco. Supero Via Mercato per giungere al Seminario, antico
Monastero delle Benedettine con l'adiacente chiesa dedicata al S.
Spirito; qui la memoria rallenta la mia corsa e frena la mia ansia,
apre uno spiraglio nel ricordo lento del definirsi ma preciso in tutti
i suoi particolari: è la "messa in scena" della morte,
sono i preparativi dei solenni funerali del Vescovo Palatucci.
L'avvenimento si disegna come in un'antica raccolta di stampe seicentesche
impresse nella mia giovane mente, segni così forti da condizionare
le mie scelte professionali.
Arrivo a Casalnuovo e capisco che il grande Caramuel ha scelto come
luogo dell'appuntamento Palazzo Rivelli per sottolineare ancora con
forza l'importanza dell'incontro e farlo assurgere a luogo epifanico
per me, visto che quelle massicce mura mi hanno visto nascere e trascorrere
la prima infanzia.
Finalmente in fondo al cortile quadrato a ridosso della scala che
si apre ariosa sullo sfondo, vedo Caramuel circondato dal numeroso
clero e dai segretari; mi avvicino lentamente e la figura sagomata
come in una tela del Zurbaran mi fissa con curiosità. Sono
pietrificato, ma con gli occhi noto che ha numerosi fogli tra le mani
ben annodati con un nastro purpureo; intuisco che sarà un ennesimo
incontro professionale con un cliente particolarmente esigente e preparato.
Infatti è così, nell'incamminarci verso il Convento
della SS. Concezione (prima dei Minori riformati poi degli Osservanti)
mi dice che ci stiamo dirigendo verso l'Arca Santa (così chiamava
la tipografia) e mi dà le prime indicazioni per realizzare
il libro.
Giordano Bruno
L'ultimo
incontro è il tramonto (dopo la nascita e lo zenit), incontro
con il mito, con "il nulla che diventa tutto" come sintetizza
in un verso il poeta lusitano Fernando Pessoa. Per molti campagnesi
Giordano Bruno è diventata una presenza quotidiana, un riferimento
costante nel tempo, come spesso accade con i miti.Per raggiungere
il luogo di questo ultimo appuntamento parto da Piazza Melchiorre
Guerriero (campagnese illustre presso la curia romana) lascio alle
spalle il Conservatorio delle Clarisse dei Santi Filippo e Giacomo.
Bianco e monolitico s'inerpica con diversi livelli costruttivi verso
l'alto, il bianco delle facciate è interrotto aritmicamente
da alti finestroni, stemmi e rilievi cinquecenteschi, nascosto, chiuso
come in uno scrigno all'interno si dispiega l'elegante cortile.
Supero il ponte sul fiume Tenza e la Cattedrale incomincio a salire
verso il quartiere della Parrocchia (San Bartolomeo), respiro con
intensità gli odori del fumo legnoso e di mosto densi in quest'ora
serale. Le scale, i ciottoli e i muri emanano una leggera luce muschiata,
a sinistra scorgo la facciata di Palazzo Pastore (poi Elefante), il
portone sembra aperto, lo spingo ed entro ad ammirare la piccola fontana
posta ai piedi delle armoniose arcate in fondo al cortile. Continuo
a salire e vedo le mura di un edificio amalgamarsi con la roccia su
cui è costruito. Sono al convento di San Bartolomeo dei Domenicani,
nella vicina chiesa è ancora conservato il Crocefisso velato
del Santissimo Nome di Dio - caro a tutti i miei concittadini.
La breve fatica e l'oscurità ormai incombente mi impediscono
di notare accanto alla fontana la figura di spalle, non molto alta
ma "presente" che guarda con intensità il Vallone
del Torrente Atri.
Giordano Bruno è vestito con il saio bianco dei Domenicani.
Cosa pensa? Alla sua prima messa o alla sede del Museo a lui dedicato?
Sono intimidito, ma lui ha già percepito la mia presenza e
mi chiama.